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Sicurezza

La mtm ha scritto l'articolo "La norma armonizzata UNI EN 1005-2 e il metodo NIOSH" che è stato pubblicato sulla rivista Pulizia Industriale e Sanificazione - Mensile di manutenzione e igiene civile e industriale (maggio 2007 - anno XL edita da MO.ED.CO S.r.l.) e che abbiamo il piacere di riportare integralmente.

La norma armonizzata UNI EN 1005-2 e il metodo NIOSH

L’ergonomia, introdotta nello scorso articolo, mira a ottimizzare il benessere dell’individuo e le prestazioni complessive del sistema (uomo – macchina – ambiente); in molti casi, tuttavia, non si effettuano studi ergonomici per ottimizzare, quanto invece per prevenire o per limitare determinate patologie; in merito, le affezioni cronico-degenerative della colonna vertebrale, di frequente riscontro presso lavoratori coinvolti nel settore dell’agricoltura, dell’industria e del terziario, sotto il profilo della molteplicità delle sofferenze e dei costi economici e sociali indotti (assenze per malattia, cure, cambiamenti di lavoro, invalidità), rappresentano uno dei principali problemi sanitari nel mondo del lavoro. In questo articolo si cercherà di presentare una panoramica che permetta di riconoscere il problema e muovere i primi passi per contrastarlo.

Una panoramica sui disturbi muscoloscheletrici
Cercando dati statistici in merito ai disturbi muscoloscheletrici (con particolare riferimento, per questo articolo a quelli connessi alla colonna vertebrale) non si può che rimanere stupiti: solo restando in Europa, nei Paesi Scandinavi la media di giorni di assenza per low-back pain (LBP, inglesismo usato per definire la comune lombalgia) è di 36 ogni 100 lavoratori e il 25 % delle pensioni per invalidità lavorativa sono dovute a spondiloartropatie (cioè l’artrite – artropatia – che colpisce la colonna vertebrale – spondilo – ) croniche lombari.
In Gran Bretagna, invece, si registra una media di 32,6 giorni di malattia per low-back pain ogni 100 lavoratori e fra questi il 4 % cambia ogni anno lavoro per patologie della colonna vertebrale.
In Italia, le sindromi artrosiche sono, secondo ripetute indagini ISTAT sullo stato di salute della popolazione, le affezioni croniche di gran lunga più diffuse e sono al secondo posto tra le cause di invalidità civile; inoltre, secondo stime provenienti dagli Istituti di Medicina del Lavoro, le patologie croniche del rachide sono la prima ragione nelle richieste di parziale non idoneità al lavoro specifico: tra gli infortuni sul lavoro, la lesione da sforzo, che nel 60 - 70 % dei casi è rappresentata da una lombalgia acuta, non fa registrare alcun trend negativo nonostante vi siano ampi fenomeni di sottostima per via di omesse registrazioni.

Le cause delle affezioni cronico-degenerative della colonna vertebrale
Una cosa è certa: in letteratura, è ormai consolidato il rapporto esistente tra attività di movimentazione manuale di carichi e incremento del rischio di contrarre affezioni acute e croniche dell’apparato locomotore e, in particolare, del rachide lombare.
Questo significa, in pratica, che alzare e movimentare sacchi di cemento tutto il giorno espone, scientificamente, a un rischio maggiore di contrarre una lombalgia; in verità, tuttavia, i fattori che contribuiscono a far sì che la movimentazione manuale di carichi possa causare disturbi muscoloscheletrici sono molteplici:

  • alcuni che non possono essere cambiati a piacimento dai soggetti (età, sesso, parametri antropometrici, condizioni patologiche congenite o acquisite, anomalie congenite, traumi, fratture, cause degenerative, cause infettive, metaboliche) e
  • alcuni sui quali, invece, è possibile “lavorare” (caratteristiche psicosociali, condizioni di allenamento, fumo); per esempio, è intuitivo che una persona con una serie di allenamenti specifici possa influenzare positivamente sia l’incidenza degli episodi patologici (di lombalgia, per esempio), sia i tempi di recupero.

Un ulteriore fattore che è necessario tenere in considerazione, anche in ottica del perseguimento della cultura della sicurezza secondo il D.Lgs. 626/94, è la formazione di ogni singola persona che effettua operazioni di movimentazione manuale dei carichi: sapere, infatti, come sollevare un determinato tipo di carico (che sia un sacco di cemento o una persona infortunata) permette di eseguire l’operazione in maniera “pulita” e senza il rischio di infortunio; in alcuni casi è sufficiente sollevare male anche solo pesi ridotti per portare a conseguenze indesiderate.

La risposta del legislatore
L’attenzione verso gli aspetti ergonomici e, in particolare, quelli connessi alla movimentazione manuale dei carichi è caratteristica dell’approccio integrato del D.Lgs. 626/94, il quale, con il Titolo V (con tre articoli, dal numero 47 al 49) e l’allegato VI ha recepito la Direttiva 90/269/CEE in modo sostanzialmente immodificato, sia pure in un quadro di congruenze con l’intero testo del decreto. In corrispondenza dell’articolo 47 si definiscono:

  • movimentazione manuale dei carichi: le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico che, per le loro caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comportano tra l’altro rischi di lesioni dorso - lombari;
  • lesioni dorso - lombari: lesioni a carico delle strutture osteomiotendinee e nerveovascolari a livello dorso lombare.

L’articolo 48 identifica, invece, gli obblighi specifici del datore di lavoro delineando una precisa strategia di azione che prevede nell’ordine di priorità:

  1. individuazione dei compiti che comportano una movimentazione manuale potenzialmente a rischio (presenza di uno o più degli elementi di rischio riportati nell’allegato VI – caratteristiche del carico, sforzo fisico richiesto, caratteristiche dell’ambiente di lavoro, esigenze connesse all’attività, fattori individuali di rischio – );
  2. meccanizzazione delle operazioni di movimentazione di carichi (eliminando in questo modo tale rischio); si osservi, in merito, che l’utilizzo di un robot antropomorfo, per esempio, potrebbe d’altro canto comportare altri rischi (meccanici, elettrici) per gli operatori addetti, rischi che devono essere correttamente analizzati e valutati attentamente;
  3. ausiliazione degli stessi processi e/o l’adozione di adeguate misure organizzative per il massimo contenimento del rischio;
  4. uso condizionato della forza manuale, sempre tenendo in considerazione i fattori riportati nell’allegato VI;
  5. sorveglianza sanitaria (accertamenti sanitari preventivi e periodici) dei lavoratori addetti ad attività di movimentazione manuale.

In corrispondenza dell’articolo 49 si affrontano i temi dell’informazione e dalla formazione degli stessi lavoratori che, per alcuni versi, si struttura come un vero e proprio addestramento al corretto svolgimento delle specifiche manovre di movimentazione manuale, previste dal compito lavorativo.

La norma armonizzata UNI EN 1005-2
Una parentesi da fare è quella relativa alle macchine: una progettazione errata delle stesse (cioè una progettazione non mirata alla sicurezza), infatti, porta a problematiche certe, non escludendo proprio le malattie muscoloscheletriche; per progettare e costruire le macchine secondo principi di progettazione ergonomici, sono importanti (anche se non esclusive, in quanto, lo ricordiamo, sono di applicazione volontaria e non cogente) le norme ergonomiche di base come quelle della serie UNI EN 1005 – Sicurezza del macchinario- Prestazione fisica umana – .
Questa serie di norme fornisce dati ergonomici per mirare a ridurre i rischi per la salute derivanti dal lavoro degli operatori con le macchine; la validità dei principi esposti, tuttavia, consente l’applicazione di quanto prescritto da tali norme anche a mezzi di lavoro diversi dalle macchine.
Mentre nella prima parte (del 2003, nel recepimento italiano da parte dell’UNI) vengono definiti i termini fondamentali, nella UNI EN 1005 - 2 (2004) – Sicurezza del macchinario – Prestazione fisica umana – Parte 2: Movimentazione manuale di macchinario e di parti componenti il macchinario l’attenzione è posta in maniera specifica alla movimentazione manuale di oggetti associati al macchinario.
La logica seguita della UNI EN 1005 - 2 ricalca quanto visto nel D.Lgs. 626/94: infatti, è necessario:

  • stabilire se esiste o meno un pericolo connesso alla movimentazione manuale dei carichi durante l’uso previsto della macchina e, se il pericolo esiste, è necessario procedere alla valutazione dei rischi relativi (la norma, in merito, nei paragrafi 4.3.1, 4.3.2 e 4.3.3 presenta un modello apposito);
  • rimuovere il pericolo cercando, in primo luogo, di eliminare le operazioni eventualmente necessarie di sollevamento, abbassamento, spostamento della macchina o di suoi particolari; se questo non fosse possibile, provvedere mezzi tecnici di ausiliazione che rispettino, comunque, i principi ergonomici;
  • fornire le specifiche tecniche e le istruzioni tali da consentire di impiegare il macchinario appropriatamente e secondo gli usi previsti, quelli cioè che sono stati correttamente vagliati nel processo di valutazione del rischio (e che hanno permesso, pertanto, di stendere le istruzioni per una gestione in sicurezza della macchina).

La Valutazione dei Rischi si basa, a grandi linee, su tre livelli a dettaglio crescente che consentono di ottimizzare gli aspetti connessi alla movimentazione manuale di carichi; l’approccio è simile ai criteri NIOSH, che vedremo tra poco, ma se ne differenzia principalmente in quanto, in presenza di compiti frammisti, considera solo la situazione più a rischio.

Il metodo NIOSH
Il National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH, USA) ha proposto e applicato a partire dal 1993 il cosiddetto metodo NIOSH, il quale viene impiegato per la valutazione dell’operazione che maggiormente mette in pericolo la colonna vertebrale, ovvero quella di sollevamento di carichi. Tale modello è ancora oggi applicato e ha notevoli riscontri applicativi nonostante valga solo sotto certe ipotesi (operazioni di sollevamento non occasionali – con frequenze maggiori di una volta per ora – di carichi aventi un peso maggiore di 3 Kg, sollevamento di carichi svolto in posizione eretta e in spazi non ristretti, sollevamento di carichi eseguito con due mani, presenza di altre attività di movimentazione manuale, quali trasportare, spingere o tirare, minime, adeguata frizione tra piedi e il pavimento, gesti di sollevamento eseguiti in modo non brusco, carico non estremamente freddo, caldo o sporco e con il contenuto stabile, condizioni microclimatiche non sfavorevoli).
Tale modello è in grado di determinare, per ogni azione di sollevamento, il cosiddetto “limite di peso raccomandato” attraverso un’equazione che, a partire da un massimo peso ideale sollevabile in condizioni ideali (LC, load constant, che, nella proposta del NIOSH è pari a 23 Kg per entrambi i sessi, mentre in Italia viene fissato a 30 Kg per gli uomini e 20 Kg per le donne), considera l’eventuale esistenza di elementi sfavorevoli e li “traduce” in appositi fattori demoltiplicativi. La formula, in pratica, è la seguente:

RWL = LC • HM • VM • DM • AM • FM • CM

I fattori demoltiplicativi (se ne veda una possibile rappresentazione grafica nella figura seguente), che possono assumere valori compresi tra 0 e 1, sono quindi: HM (Horizontal Multiplier), il fattore distanza del peso dal corpo, VM (Vertical Multiplier) è il fattore altezza di posizionamento, DM (Distance Multiplier) è il fattore spostamento verticale, FM (Frequency Multiplier) è il fattore di frequenza, AM (Asymmetric Multiplier) è il fattore angolo di spostamento e CM (Coupling Multiplier) è il fattore di presa.

Quando l’elemento di rischio potenziale corrisponde a una condizione ottimale, il relativo fattore assume il valore di 1 e, pertanto, non porta ad alcun decremento del peso ideale iniziale. Quando l’elemento di rischio è presente, discostandosi dalla condizione ottimale, il relativo fattore assume un valore inferiore a 1; esso risulta tanto più piccolo quanto maggiore è l’allontanamento dalla relativa condizione ottimale: in tal caso, il peso iniziale ideale diminuisce di conseguenza.
Il fattore HM dipende dalla distanza (H, in cm) del punto di presa delle mani dal punto medio tra i malleoli: infatti, HM = 25 / H ; è necessario misurare la distanza all’inizio e alla fine del movimento e considerare il valore maggiore; se la distanza orizzontale è inferiore a 25 cm, si deve assegnare, comunque, a HM il valore 1; se la distanza orizzontale è superiore a 63 cm, si deve assegnare a HM il valore 0.
Il fattore VM dipende dall’altezza iniziale (V, in cm) delle mani dal suolo misurata verticalmente dal piano di appoggio dei piedi al punto di mezzo tra la presa delle mani; VM è pari a 1 per valori di V pari a 75 cm ovvero ad “altezza nocche” e diminuisce man mano che ci si allontana da questa altezza ottimale, sia verso il basso, sia verso l’alto: infatti, VM = [1 - (0,003 x | V - 75 |)]. Gli estremi di tale altezza sono dati dal livello del suolo e dall’altezza massima di sollevamento (pari a 175 cm); se l’altezza supera i 175 cm, si deve assegnare a VM il valore 0.
Il fattore DM dipende dalla misura (D, in cm) del percorso verticale effettuato delle mani durante il sollevamento: infatti, DM = [0,82 + (4,5 / D)]. Tale dislocazione può essere misurata come differenza dei valore di altezza delle mani fra la destinazione e l’inizio del sollevamento. La minima distanza D considerata è di 25 cm, con DM pari a 1. Se D è maggiore di 170 cm allora DM è pari a 0.
Il fattore AM è dipendente dalla misura (A, in gradi) dell’angolo di asimmetria, cioè dell’angolo presente fra la linea di asimmetria (linea orizzontale che unisce il punto intermedio tra le caviglie e la proiezione a terra del punto di mezzo tra le due mani che esercitano la presa) e la linea sagittale (la linea che passa nel punto di mezzo tra le caviglie e appartiene al piano sagittale del corpo in posizione neutra): infatti, AM = [1 - (0,0032 x A)]. AM è pari a 1 per A uguale a 0° e pari a 0 per A maggiore di 135°.
Il fattore FM è definibile, per mezzo di una tabella opportuna, conoscendo il numero di sollevamenti al minuto, la durata dell’attività di sollevamento dei carichi e l’altezza del carico da terra; anche il fattore CM, indice sulla bontà della presa nei confronti del carico, può essere definito per mezzo di una tabella opportuna, conoscendo l’altezza del carico da terra e la valutazione soggettiva della presa ottenibile.

Al termine del processo, il metodo NIOSH prevede il calcolo, per ogni compito lavorativo rischioso, di un Indice di Sollevamento, definito come rapporto fra il peso effettivamente sollevato e il “limite di peso raccomandato” appena ottenuto. In funzione del valore ottenuto, è possibile valutare la possibilità di accettare la situazione in essere e di non considerare necessario alcuno specifico intervento (generalmente con un Indice di Sollevamento minore di 0,75) oppure la necessità di intervenire con soluzioni opportunamente mirate e commisurate al valore stesso.
Si accenna solamente al fatto che il computo del “limite di peso raccomandato” si complica, con una formula specifica, se vengono effettuate operazioni di sollevamento diverse senza che fra di esse sia garantito il recupero muscolare e fisiologico dell’individuo.
Conclusioni
Comprendere la portata dei problemi connessi a un’errata movimentazione manuale dei carichi e le metodologie che consentono di effettuare una corretta valutazione di tali operazioni è, quindi, un primo importante passo da compiere non solo per migliorare l’ergonomia dei posti di lavoro, ma anche per beneficiare di un maggior benessere nella vita di tutti i giorni, visto che quotidianamente ci ritroviamo a dover sollevare la nostra dose di pesi (anche magari volontariamente e piacevolmente, come per chi pratica il sollevamento pesi o il body building).


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